giovedì, 30 aprile 2009

Le poesie di Montale sono state proposte varie volte all’Esame di Stato (NES), sia come analisi del testo (tipologia A), sia come documento in un dossier a tema artistico-letterario (tipologia B):

 

 

NES 2000 (ti pareva che non ci fosse Spesso il male di vivere ho incontrato?...):

AMBITO ARTISTICO-LETTERARIO  ARGOMENTO: Il male di vivere nella poesia e nell'arte del Novecento.

 

NES 2003:

AMBITO ARTISTICO – LETTERARIO  ARGOMENTO: Affetti familiari (testo di Montale: Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale)

 

NES 2004:

TIPOLOGIA A - ANALISI DEL TESTO   E. Montale, Casa sul Mare

 

NES 2008 (con errori: il testo è dedicato a un uomo e non a una donna come propone l’analisi e non ci sono riferimenti all’amore, neppure in senso salvifico! Il pover’uomo è un esule russo bello e sorridente ma pieno di problemi...)

TIPOLOGIA A  -  ANALISI DEL TESTO  Eugenio MONTALE, Ripenso il tuo sorriso, (da Ossi di seppia, 1925)

INCOLLO QUA SOTTO TUTTE LE CONSEGNE DELLE PRIME PROVE CON MONTALE ASSEGNATE AL NES:

NES 2000 (ti pareva che non ci fosse il male di vivere?...):

 

AMBITO ARTISTICO-LETTERARIO

ARGOMENTO: Il male di vivere nella poesia e nell'arte del Novecento.

DOCUMENTI

Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l'incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.

Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.
E. MONTALE, Ossi di Seppia, 1925

Anche questa notte passerà

Questa solitudine in giro
titubante ombra dei fili tranviari
sull'umido asfalto

Guardo le teste dei brumisti
nel mezzo sonno
tentennare
G. UNGARETTI, L'allegria, 1942

Ho parlato a una capra.
Era sola sul prato, era legata.
Sazia d'erba, bagnata
dalla pioggia, belava.

Quell'uguale belato era fraterno
al mio dolore. Ed io risposi, prima
per celia, poi perché il dolore è eterno,
ha una voce e non varia.
Questa voce sentiva
gemere in una capra solitaria.

In una capra dal viso semita
sentivo querelarsi ogni altro male,
ogni altra vita.
U. SABA, La capra, in "Casa e Campagna", 1909 - 1910

Gelida messaggera della notte,
sei ritornata limpida ai balconi
delle case distrutte, a illuminare
le tombe ignote, i derelitti resti
della terra fumante. Qui riposa
il nostro sogno. E solitaria volgi
verso il nord, dove ogni cosa corre
senza luce alla morte, e tu resisti.
S. QUASIMODO, Elegia, 1947


Edvard MUNCH, L'urlo, 1893

"Sento il grido della natura!" (Munch).
"La deformazione della figura è giunta a un limite sconosciuto per quell'epoca. L'uomo in primo piano, con la bocca gridante e le mani strette sulle orecchie per non ascoltare il proprio incontenibile urlo, che è anche urlo della natura, è ridotto ad una misera parvenza ondeggiante in un paesaggio di delirio."
M. DE MICHELI, Le avanguardie artistiche del Novecento, Feltrinelli 1999

 

 

NES 2003:

AMBITO ARTISTICO - LETTERARIO

ARGOMENTO: Affetti familiari

 

DOCUMENTI



In morte del fratello Giovanni

Un dì, s'io non andrò sempre fuggendo
di gente in gente, me vedrai seduto
su la tua pietra, o fratel mio, gemendo
il fior de' tuoi gentili anni caduto.
La Madre or sol, suo dì tardo traendo,
parla di me col tuo cenere muto;
ma io deluse a voi le palme tendo,
e sol da lunge i miei tetti saluto.
Sento gli avversi Numi, e le secrete
cure che al viver tuo furon tempesta,
e prego anch'io nel tuo porto quïete.
Questo di tanta speme oggi mi resta!
Straniere genti, l'ossa mie rendete
allora al petto della madre mesta.

U. FOSCOLO, Sonetti, (1802)

 

Michelangiolo Buonarroti, Sacra famiglia (1504)

 

Michelangiolo Buonarroti, Sacra famiglia (1504)

A mia moglie, in montagna

Dal fondo del vasto catino,
supini presso un'acqua impaziente
d'allontanarsi dal vecchio ghiacciaio,
ora che i viandanti dalle braccia tatuate
han ripreso il cammino verso il passo,
possiamo guardare le vacche.
Poche sono salite in cima all'erta e pendono
senza fame né sete,
l'altre indugiano a mezza costa
dov'è certezza d'erba
e senza urtarsi, con industri strappi,
brucano; finché una
leva la testa a ciocco verso il cielo,
muggisce ad una nube ferma come un battello.
E giungono fanciulli con frasche che non usano,
angeli del trambusto inevitabile,
e subito due vacche si mettono a correre
con tutto il triste languore degli occhi
che ci crescono incontro.
Ma tu di fuorivia, non spaventarti,
non spaventare il figlio che maturi.

G. ORELLI, L'ora del tempo , (1962)



Ed amai nuovamente; e fu di Lina
dal rosso scialle il più della mia vita.
Quella che cresce accanto a noi, bambina
dagli occhi azzurri è dal suo grembo uscita
Trieste è la città, la donna è Lina,
per cui scrissi il mio libro di più ardita
sincerità; né dalla sua fu fin'
ad oggi mai l'anima mia partita.
Ogni altro conobbi umano amore;
ma per Lina torrei di nuovo un'altra
vita, di nuovo vorrei cominciare.
Per l'altezze l'amai del suo dolore,
perché tutto fu al mondo, e non mai scaltra,
e tutto seppe, e non se stessa, amare.

U. SABA, Autobiografia, (1924)



Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.
Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr'occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

E. MONTALE, Satura, (1971)



Il compleanno di mia figlia. 1966

Siano con selvaggia compunzione accese
le tre candele.
Saltino sui coperchi con fragore i due
compari di spada compiuti uno
sei anni e mezzo, l'altro cinque
e io trentaquattro e la mamma trentadue
e la nonna, se non sbaglio, sessantotto.
Questa scena non verrà ripetuta.
La scena non viene diversamente effigiata. E chi
si sentisse esule o in qualche
percentuale risulta ingrugnato
parli prima o domani.
Accogli, streghina di marzapane, la nostra sospettosa tenerezza.
Seguano come a caso stridi
di vagoni piombati, raffiche di mitragliatrice…

G. RABONI, Cadenza d'inganno, (1975)



La madre

E il cuore quando d'un ultimo battito
Avrà fatto cadere il muro d'ombra
Per condurmi, Madre, sino al Signore,
Come una volta mi darai la mano.
In ginocchio, decisa,
Sarai una statua davanti all'Eterno,
Come già ti vedeva
Quando eri ancora in vita.
Alzerai tremante le vecchie braccia,
Come quando spirasti
Dicendo: Mio Dio, eccomi.
E solo quando m'avrà perdonato,
Ti verrà desiderio di guardarmi.
Ricorderai d'avermi atteso tanto,
E avrai negli occhi un rapido sospiro.

G. UNGARETTI, 1930

NES 2004:

TIPOLOGIA A - ANALISI DEL TESTO

E. Montale, Casa sul Mare





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15

 

Il viaggio finisce qui:
nelle cure meschine che dividono
l'anima che non sa più dare un grido.
Ora i minuti sono uguali e fissi
come i giri di ruota della pompa.
Un giro: un salir d'acqua che rimbomba.
Un altro, altr'acqua, a tratti un cigolio.

Il viaggio finisce a questa spiaggia
che tentano gli assidui e lenti flussi.
Nulla disvela se non pigri fumi
la marina che tramano di conche
i soffi leni: ed è raro che appaia
nella bonaccia muta
tra l'isole dell'aria migrabonde
la Corsica dorsuta o la Capraia.

Tu chiedi se così tutto vanisce
in questa poca nebbia di memorie;
se nell'ora che torpe o nel sospiro
del frangente si compie ogni destino.

 

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35

 

Vorrei dirti che no, che ti s'appressa
l'ora che passerai di là dal tempo;
forse solo chi vuole s'infinita,
e questo tu potrai, chissà, non io.
Penso che per i più non sia salvezza,
ma taluno sovverta ogni disegno,
passi il varco, qual volle si ritrovi.
Vorrei prima di cedere segnarti
codesta via di fuga
labile come nei sommossi campi
del mare spuma o ruga.
Ti dono anche l'avara mia speranza.
A' nuovi giorni, stanco, non so crescerla:
l'offro in pegno al tuo fato, che ti scampi.

Il cammino finisce a queste prode
che rode la marea col moto alterno.
Il tuo cuore vicino che non m'ode
salpa già forse per l'eterno.

 

Eugenio Montale (Genova, 1896 - Milano, 1981) è il maggiore esponente della poesia italiana del pieno Novecento. Le sue varie raccolte sono apparse tra il 1925 (Ossi di seppia) e il '77. Nel 1975 ha ricevuto il premio Nobel per la letteratura. Nella sua poesia è molto presente il paesaggio della costa ligure. Già nelle prime liriche Montale esprime il suo forte pessimismo e al contempo la sua tensione all'assoluto, l'ansia di una salvezza, che di solito è affidata all'opera di una donna, con la quale il poeta dialoga intensamente. L'impianto delle sue liriche è spesso narrativo ed evoca luoghi, persone, eventi e oggetti della vita quotidiana, perfino congegni meccanici, che si caricano di significati metaforici e simbolici.

1. Comprensione del testo
Dopo una o più letture dell'intero testo, esponi (in non più di quindici righe) il contenuto informativo della lirica: con quale scena questa si apre, quali scene o situazioni si susseguono strofa per strofa, quale tema è svolto nel dialogo tra il poeta e la persona (una donna) che gli sta accanto.

2. Analisi del testo

  • 2.1. Molte parole indicano il viaggio (o il movimento) e il tempo (o l'immobilità, la fine): sono come due fili che s'intrecciano per esprimere il tema di fondo della lirica. Cerca (e sottolinea in modo diverso) le parole dell'uno e quelle dell'altro filo e commenta il contrasto che ne deriva.
  • 2.2. Qual è l'elemento dominante del paesaggio? Raccogli e commenta brevemente i vocaboli che si riferiscono a questo elemento. C'è anche un secondo elemento che lo accompagna? Questo secondo elemento ha anche un significato metaforico?
  • 2.3. Che effetto produce, in questo scenario così ampio, l'immagine della pompa idraulica con il suo monotono ritmo? E il riferimento così preciso dato dal titolo?
  • 2.4. Nella terza e nella quarta strofa si svolge un fitto dialogo con l'altra persona: sottolinea tutti gli elementi linguistici (pronomi, aggettivi possessivi, forme verbali) che indicano il "tu" e l' "io" e interpreta il significato di questo confronto tra due destini.
  • 2.5. Spiegazioni puntuali del testo. Che cosa sono le conche del v. 11 e le isole dell'aria migrabonde del v. 14. Che cosa significano le espressioni: l'ora che torpe del v. 18; prima di cedere del v.27; solo chi vuole s'infinita del v. 22; …l'avara mia speranza. A' nuovi giorni, stanco, non so crescerla dei vv. 31-32.
  • 2.6. I versi sono quasi tutti di una stessa misura: quale? Ce ne sono di sdruccioli? Riconosci degli enjambement? Segnala le vere e proprie rime e le assonanze o consonanze.



3. Interpretazione complessiva e approfondimenti
Esponi il significato complessivo della lirica montaliana, rifacendoti ad altri testi dell'Autore, se ti sono noti, alle caratteristiche della situazione generale, sociale e politica, dell'Italia dell'epoca, alle tendenze che si manifestavano allora nella letteratura italiana e, se possibile, in quella europea.

NES 2008 (con errori: il testo è dedicato a un uomo e non ci sono riferimenti all’amore, neppure in senso salvifico!)

TIPOLOGIA A  -      ANALISI DEL TESTO

Eugenio MONTALE, Ripenso il tuo sorriso, (da Ossi di seppia, 1925)

 

 

Ripenso il tuo sorriso, ed è per me un’acqua limpida

scorta per avventura[1] tra le petraie d’un greto,

esiguo specchio in cui guardi un’ellera[2] i suoi corimbi[3];

e su tutto l’abbraccio d’un bianco cielo quieto.


 

5

 


 

Codesto è il mio ricordo; non saprei dire, o lontano,

se dal tuo volto s’esprime libera un’anima ingenua[4],

o vero tu sei dei raminghi che il male del mondo estenua

e recano il loro soffrire con sé come un talismano[5].

10

 

Ma questo posso dirti, che la tua pensata effigie

sommerge i crucci estrosi[6] in un’ondata di calma,

e che il tuo aspetto s’insinua nella mia memoria grigia

schietto come la cima d’una giovinetta palma.

Eugenio Montale (Genova, 1896 – Milano, 1981) da autodidatta (interruppe studi tecnici per motivi di salute), approfondì i suoi interessi letterari, entrando inizialmente in contatto con ambienti intellettuali genovesi e torinesi. Nel 1925 aderì al Manifesto degli intellettuali antifascisti promosso da Benedetto Croce. Nel 1927 si trasferì a Firenze, ove lavorò prima presso una casa editrice e poi presso il Gabinetto Scientifico Letterario Viesseux. Nel dopoguerra si stabilì a Milano, dove collaborò al “Corriere della Sera” come critico letterario e al “Corriere dell’Informazione” come critico musicale. Le sue varie raccolte sono apparse tra il 1925 (Ossi di seppia) e il 1977 (Quaderno di quattro anni). Nel 1975 ricevette il Premio Nobel per la letteratura. La sua produzione in versi, dopo l’iniziale influenza dell’Ermetismo, si è svolta secondo linee autonome.

1.    Comprensione del testo

Dopo una prima lettura riassumi brevemente il contenuto informativo della lirica in esame.

2.    Analisi del testo

2.1.        Nella prima strofa il poeta esprime, in una serie di immagini simboliche, da una parte la sua visione della realtà e dall’altra il ruolo salvifico e consolatorio svolto dalla figura femminile. Individua tali immagini e commentale.

2.2.        Nel verso 2 ricorre l’allitterazione della “r”. Quale aspetto della realtà sottolinea simbolicamente la ripetizione di tale suono?

2.3.        Il ricordo della donna è condensato nel suo viso e nel sorriso, nel quale si manifesta, “libera”, la sua “anima”
(v. 6). Prova a spiegare in che senso il portare con sé la sofferenza per il male del mondo può essere, come dice il poeta, “un talismano” (v. 8) per un’anima e come questa condizione possa essere altrettanto serena che quella di un’anima “ingenua” non toccata dal male (v. 6).

2.4.        Nella ultima strofa ricorrono espressioni relative sia alla condizione interiore del poeta, sia alla “pensata effigie” (v. 9) della donna. Le prime sono riconducibili al motivo dell’inquietudine, le seconde a quello della calma. Commenta qualche espressione, a tuo parere, più significativa relativa a entrambi i motivi e in particolare il paragone presente nell’ultimo verso.

2.5.        Analizza la struttura metrica (tipi di versi, accenti e ritmo, eventuali rime o assonanze o consonanze), le scelte lessicali (i vocaboli sono tipici del linguaggio comune o di quello letterario o di entrambi i tipi?) e la struttura sintattica del testo e spiega quale rapporto si può cogliere tra le scelte stilistiche e il tema rappresentato.

3.    Interpretazione complessiva e approfondimenti

Sviluppa con osservazioni originali, anche con riferimento ad altri testi dello stesso poeta e/o a opere letterarie e artistiche di varie epoche, il  tema del ruolo salvifico e consolatorio della figura femminile. In alternativa inquadra la lirica e l’opera di Montale nel contesto storico-letterario del tempo.

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giovedì, 30 aprile 2009

http://www.dada.it/freeweb/eugeniomontale/index.html ottimo sito su Montale, con molti testi, fotografie, letture di poesie da parte dell’autore o di grandi attori, filmati ecc... c’è anche la cerimonia del Nobel!

http://www.valsesiascuole.it/crosior/1_intertestualita/montale_inconscio.htm per il concetto di “correlativo oggettivo” in Montale, con alcuni testi fondamentali commentati

http://www.club.it/autori/grandi/eugenio.montale pagina con sintetica ma chiarissima biografia 

http://it.wikipedia.org/wiki/Eugenio_Montale enciclopedia on line, spazio dedicato all’autore

http://www.liberolibro.it/eugenio-montale-poesie-narrate insoliti video con letture di grandi voci... da non perdere La casa dei doganieri con spezzoni del grande regista russo Tarkovsky

http://www.geocities.com/rrnnaa/audio.html letture di Montale del poeta stesso o di Vittorio Gassman

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giovedì, 30 aprile 2009

EUGENIO MONTALE

 

REMINISCENZE DAL PARADISO DANTESCO?

 

La distanza, in termini cronologici, stilistici e tematici, è enorme, eppure qualcosa della luce del Paradiso di Dante sembra effettivamente rimasto nella mente di Montale...

 

Cigola la carrucola del pozzo,
l'acqua sale alla luce e vi si fonde.
Trema un ricordo nel ricolmo secchio,
nel puro cerchio un'immagine ride.
Accosto il volto a evanescenti labbri:
si deforma il passato, si fa vecchio,
appartiene ad un altro...
                    Ah che già stride
la ruota, ti ridona all'atro fondo,
visione, una distanza ci divide.

(Eugenio Montale, Ossi di seppia)

 

 

Portami il girasole ch'io lo trapianti
nel mio terreno bruciato dal salino,
e mostri tutto il giorno agli azzurri specchianti
del cielo l'ansietà del suo volto giallino.

Tendono alla chiarità le cose oscure,
si esauriscono i corpi in un fluire
di tinte: queste in musiche. Svanire
é dunque la ventura delle venture.

Portami tu la pianta che conduce
dove sorgono bionde trasparenze
e vapora la vita quale essenza;
portami il girasole impazzito di luce.

(Eugenio Montale, Ossi di Seppia)


PROSEGUIAMO SUL TEMA DEL RICORDO, GIA’ AVVIATO CON CIGOLA LA CARRUCOLA DEL POZZO:

Non recidere, forbice, quel volto,
solo nella memoria che si sfolla,
non far del grande suo viso in ascolto
la mia nebbia di sempre.

Un freddo cala...Duro il colpo svetta.
E l'acacia ferita da sé scrolla
il guscio di cicala
nella prima belletta di Novembre.

(Eugenio Montale, Le Occasioni; Mottetti)

 

 


La casa dei doganieri

Tu non ricordi la casa dei doganieri
sul rialzo a strapiombo sulla scogliera:
desolata t' attende dalla sera
in cui v' entró lo sciame dei tuoi pensieri
e vi sostó irrequieto.


Libeccio sferza da anni le vecchie mura
e il suono del tuo riso non é più lieto:
la bussola va impazzita all' avventura
e il calcolo dei dadi più non torna.
Tu non ricordi; altro tempo frastorna
la tua memoria; un filo s' addipana.

Ne tengo ancora un capo; ma s'allontana
la casa e in cima al tetto la banderuola
affumicata gira senza pietà.
Ne tengo un capo; ma tu resti sola
né qui respiri nell' oscurità.

Oh l' orizzonte in fuga, dove s' accende
rara la luce della petroliera!
Il varco é qui? (Ripullula il frangente
ancora sulla balza che scoscende ...).
Tu non ricordi la casa di questa
mia sera. Ed io non so chi va e chi resta.


(Eugenio Montale, Le occasioni; Parte quarta)

Ripenso il tuo sorriso, ed è per me un'acqua limpida
scorta per avventura tra le petraie d'un greto,
esiguo specchio in cui guardi un'ellera i suoi corimbi;
e su tutto l'abbraccio d'un bianco cielo quieto.

Codesto è il mio ricordo; non saprei dire, o lontano,
se dal tuo volto s'esprime libera un'anima ingenua,
o vero tu sei dei raminghi che il male del mondo estenua
e recano il loro soffrire con sé come un talismano.

Ma questo posso dirti, che la tua pensata effigie
sommerge i crucci estrosi in un'ondata di calma,
e che il tuo aspetto s'insinua nella mia memoria grigia
schietto come la cima d'una giovinetta palma...

(Eugenio Montale, Ossi di seppia)

(nella foto, il dedicatario della poesia, il danzatore esule russo Boris Kniaseff, con la sua allieva più famosa: Brigitte Bardot)

 

QUALCHE POESIA DEDICATA ALLA MOGLIE DOPO LA SUA MORTE:

Caro piccolo insetto
che chiamavano mosca non so perché,
stasera quasi al buio
mentre leggevo il Deuteroisaia
sei ricomparsa accanto a me,
ma non avevi occhiali, non potevi vedermi
né potevo io senza quel luccichìo
riconoscere te nella foschia.

(Eugenio Montale, Satura, Xenia)

Ascoltare era il solo tuo modo di vedere.
Il conto del telefono si è ridotto a ben poco.

(Eugenio Montale, Satura, Xenia)

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perchè con quattr'occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perchè sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

(Eugenio Montale, Satura, Xenia II)

 

E ADESSO ANDIAMO CON IL MALE DI VIVERE:

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
Perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l'uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l'ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

(Eugenio Montale, Ossi di seppia) (vedi un bel commento all’indirizzo http://www.michelececchini.it/saggio_5.htm )

 

Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d’orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.

Nelle crepe del suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano
a sommo di minuscole biche.

Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
m entre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.

E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

(Eugenio Montale, Ossi di seppia)

         Spesso il male di vivere ho incontrato:
      era il rivo strozzato che gorgoglia,
      era l'incartocciarsi della foglia
      riarsa, era il cavallo stramazzato.

         Bene non seppi, fuori del prodigio
      che schiude la divina Indifferenza:
      era la statua nella sonnolenza
      del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.

(Eugenio Montale, Ossi di seppia)

 

INFINE LA DICHIARAZIONE DI POETICA DI MONTALE:

I LIMONI

Ascoltami, i poeti laureati
si muovono soltanto fra le piante
dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.
Io, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere
mezzo seccate agguantano i ragazzi
qualche sparuta anguilla:
le viuzze che seguono i ciglioni,
discendono tra i ciuffi delle canne
e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.

Meglio se le gazzarre degli uccelli
si spengono inghiottite dall' azzurro:
piú chiaro si ascolta il susurro
dei rami amici nell' aria che quasi non si muove,
e i sensi di quest' odore
che non sa staccarsi da terra
e piove in petto una dolcezza inquieta.
Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed é l' odore dei limoni.

Vedi, in questi silenzi in cui le cose
s' abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto,
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l' anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità
Lo sguardo fruga d' intorno,
la mente indaga accorda disunisce
nel profumo che dilaga
quando il giorno piú languisce.
Sono i silenzi in cui si vede
in ogni ombra umana che si allontana
qualche disturbata Divinità

Ma l' illusione manca e ci riporta il tempo
nelle città rumorose dove l' azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s' affolta
il tedio dell' inverno sulle case,
la luce si fa avara - amara l' anima.
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo del cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d' oro della solarità.

(Eugenio Montale, Ossi di seppia)

 

 

 

E UN FUORI PROGRAMMA (SCRITTO POCO PRIMA DEL NOBEL... FORSE ABBIAMO TUTTI DA IMPARARE DALLA SUA AUTOIRONIA!):

 

 

 

IL PIRLA

 

Prima di chiudere gli occhi mi hai detto pirla
una parola gergale non traducibile.
Da allora me la porto addosso come un marchio

che resiste alla pomice. Ci sono anche altri

pirla nel mondo ma come riconoscerli?
I pirla non sanno di esserlo. Se pure

ne fossero informati tenterebbero

di scollarsi con le unghie quello stimma.


(Eugenio Montale, Diario del ’71) 

postato da: VitaDaProf alle ore 09:23 | Permalink | commenti
categoria:per la quinta italiano
giovedì, 26 febbraio 2009
Per un bel ripasso del Paradiso dantesco, ecco per voi qualche link interessante:

lo spettacolo di Benigni sul canto XXXIII
una canzone di Branduardi sul testo del canto XI (San Francesco)
un sito che riporta tutta la Commedia con note esplicative molto sintetiche ma chiare
uno schema generale del Paradiso con link ai canti
un'introduzione al Paradiso dantesco
una bella gallery di immagini ispirate al capolavoro di Dante.

Vi basta?
Buon lavoro!

postato da: VitaDaProf alle ore 21:04 | Permalink | commenti (3)
categoria:per la quinta italiano
lunedì, 16 febbraio 2009
Visto che abbiamo cominciato a prendere gusto al confronto fra traduzioni, ho pensato che valga la pena di fare un bel confronto anche fra le interpretazioni di uno stesso testo.
In effetti, la lettura ad alta voce aggiunge moltissimi significati, mostrando quanto sia importante quella cooperazione fra scrittore e lettore di cui abbiamo parlato varie volte.
Cominciamo con un testo breve, l'Infinito di Giacomo Leopardi:
in rete ho trovato le letture di Carmelo Bene, Giorgio Albertazzi, Vittorio Gassman, Norma Stramucci.
Quale preferite e perché?
postato da: VitaDaProf alle ore 09:22 | Permalink | commenti (1)
categoria:per la quinta italiano
lunedì, 01 dicembre 2008

Vi incollo qua sotto altre due famosissime poesie di Quasimodo, utili per completare il discorso che abbiamo già iniziato e il ritratto dell'autore fornito dal vostro testo:


Salvatore Quasimodo,

Da Acque e terre (1930):

 

Ed è subito sera

 

Ognuno sta solo sul cuor della terra

Trafitto da un raggio di sole:

ed è subito sera.

 

(per l’analisi, cfr. http://www.italialibri.net/opere/edesubitosera.html )

 

VENTO A TINDARI.

Tindari, mite ti so
Fra larghi colli pensile sull’acque
Delle isole dolci del dio,
oggi m’assali
e ti chini in cuore.

Salgo vertici aerei precipizi,
assorto al vento dei pini,
e la brigata che lieve m’accompagna
s’allontana nell’aria,
onda di suoni e amore,
e tu mi prendi
da cui male mi trassi
e paure d’ombre e di silenzi,
rifugi di dolcezze un tempo assidue
e morte d’anima

A te ignota è la terra
Ove ogni giorno affondo
E segrete sillabe nutro:
altra luce ti sfoglia sopra i vetri
nella veste notturna,
e gioia non mia riposa
sul tuo grembo.

Aspro è l’esilio,
e la ricerca che chiudevo in te
d’armonia oggi si muta
in ansia precoce di morire;
e ogni amore è schermo alla tristezza,
tacito passo al buio
dove mi hai posto
amaro pane a rompere.

Tindari serena torna;
soave amico mi desta
che mi sporga nel cielo da una rupe
e io fingo timore a chi non sa
che vento profondo m’ha cercato.

Il rimpianto della Sicilia e la nostalgia per la fanciullezza trascorsa, a cui viene contrapposta la vita piena di tristezza che il poeta conduce in un’altra città. Come scrive Marisa Carlà: « Il tema centrale della poesia è il contrasto tra il sogno della Sicilia dell’infanzia, luogo mitico di luce e di vita, e la condizione del presente, nella grande città disumana e alienante; contrapposizione resa evidente dall’uso di espressioni come paure, ombre, silenzi, morte, che definiscono la realtà attuale; e da espressioni come mite, rifugi, altra luce, che definiscono il sogno».

È la contraddizione tra i sogni e la realtà. «La tristezza del poeta è profonda e spesso ritorna in lui la paura della morte; a niente vale l’affetto di coloro che gli sono vicini, perché le amare necessità della vita lo hanno portato in luoghi per lui senza luce. Egli sogna nostalgicamente un ritorno magico alla sua terra; Tindari, identificata con l’infanzia e la giovinezza, diventa così un sogno per evadere la realtà» (Marisa Carlà).

La poesia è significativa per vari motivi:

1) in essa sono riscontrabili i temi più caratteristici della poesia di Quasimodo: l’amore nostalgico per la Sicilia, il senso di colpa per l’allontanamento, la percezione dell’esilio presente come una condanna di quella colpa;

2) sul piano formale la poesia presenta i caratteri fondamentali dello stile ermetico: linguaggio fortemente metaforico ( sfoglia), uso di analogie anche molto ardite ( vento dei pini) volute ambiguità, espressioni ellittiche, uso vago della preposizione a e uso dei sostantivi astratti. L’effetto è quello dell’oscurità, della vaghezza, della sospensione;

3) questo testo è però anche una dimostrazione di come l’ermetismo spesso non si configuri totalmente come avanguardia, come rottura quindi con il passato, ma anzi aspiri al recupero di un canone classicista: il tema dell’esilio (trasfigurazione mitica dell’emigrazione dalla Sicilia al Nord) è infatti legato con evidenza a reminiscenze foscoliane (in particolare riecheggia A Zacinto e In morte del fratello Giovanni) e dantesche (Canto XVII del Paradiso: “tu proverai sì come sa di sale/lo pane altrui, e come è duro calle/ lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale”) (cfr. Bruscagli-Tellini, Letteratura e storia, vol. 7).

(riduzione e rielaborazione da http://www.italialibri.net/opere/ventoatindari.html )

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martedì, 25 novembre 2008
Bene, si riaprono ufficialmente i lavori su questo blog!
Partendo dalla lezione di Letteratura e Musica in cui abbiamo analizzato alcuni passi del Nabucco di Verdi, vi riporto, come promesso, alcuni testi che non stenterete certo a collegare tra di loro. Aspetto le vostre acute osservazioni in proposito!


Verdi , Nabucco, atto III, scena IV


Va, pensiero, sull'ali dorate,
Va, ti posa sui clivi, sui colli
Ove olezzano tepide e molli
L'aure dolci del suolo natal!
Del Giordano le rive saluta,
Di Sïon le torri atterrate...
Oh mia patria sì bella e perduta!
Oh membranza sì cara e fatal!
Arpa d'ôr dei fatidici vati
Perchè muta dal salice pendi?
Le memorie nel petto raccendi,
Ci favella del tempo che fu!
O simìle di Solima ai fati
Traggi un suono di crudo lamento,
O t'ispiri il Signore un concento
Che ne infonda al patire virtù,
che ne infonda al patire virtù,
che ne infonda al patire virtù, al patire virtù!

 

Bibbia, Salmo 137 (136 )

 


Sui fiumi di Babilonia,

là sedevamo piangendo

al ricordo di Sion.

Ai salici di quella terra

appendemmo le nostre cetre.

Là ci chiedevano parole di canto

coloro che ci avevano deportato,

canzoni di gioia i nostri oppressori:

“Cantateci i canti di Sion!”.

Come cantare i canti del Signore

in terra straniera?

Se ti dimentico, Gerusalemme,

si paralizzi la mia destra;

mi si attacchi la lingua al palato,

se lascio cadere il tuo ricordo,

se non metto Gerusalemme

al di sopra di ogni mia gioia.

Ricordati, Signore, dei figli di Edom,

che nel giorno di Gerusalemme

dicevano: “Distruggete, distruggete

anche le sue fondamenta”.

Figlia di Babilonia devastatrice,

beato chi ti renderà quanto ci hai fatto.

Beato chi afferrerà i tuoi piccoli

e li sbatterà contro la pietra.

 

    Questo salmo presenta un Giudeo, che, subito dopo il ritorno dall'esilio di Babilonia, ricorda le sofferenze subite in schiavitù, e si vincola ad una fermissima speranza nella ricostruzione di Gerusalemme, pur in mezzo alle ostilità dei popoli vicini.

   Il salmista presenta il pianto degli esiliati, le umiliazioni, la determinazione con la quale appesero le cetre ai salici, vincolandosi di non cantare mai davanti agli oppressori i Canti di Sion. Lo scherno, l'insulto, l'attentato alla fede, sono espressi in maniera estremamente efficace: “Là ci chiedevano parole di canto coloro che ci avevano deportato...”.

  Dopo aver provato tanto dolore in terra straniera, non potrebbe pensare di cantare i Canti di Sion fuori della Palestina, e dimenticando Gerusalemme: “Mi si attacchi la lingua al palato (...) se non metto Gerusalemme al di sopra di ogni mia gioia”.

  L'orante ricorda quanto con vile crudeltà fecero gli abitanti di Edom (territorio già conquistato da Nabucodonosor), durante la distruzione di Gerusalemme nel 587 a.C.:”<Distruggete, distruggete anche le sue fondamenta>”, e invoca su di loro la giustizia divina. La “Figlia di Babilonia” è Bozra, la città principale di Edom. Su questa città il salmista invoca una distruzione vendicativa: “Beato chi ti renderà quanto ci hai fatto...”.

 


Alle fronde dei salici (1945) è la lirica d'apertura contenuta nell’opera poetica Giorno dopo giorno di Salvatore Quasimodo

ALLE FRONDE DEI SALICI.

E come potevano noi cantare
Con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.

Metro: endecasillabi sciolti

È l’impossibilità da parte dei poeti di scrivere poesie quando la patria è occupata dal nemico, quando la popolazione soffre e piange i suoi difensori, quando la madre perde il proprio figlio. Il poeta non aveva l’animo lieto e non riusciva a trovare le parole per esprimere la propria rabbia contro il nemico occupante, così come gli ebrei, durante la prigionia in Babilonia, non riuscivano a cantare i loro salmi ed avevano appeso le loro cetre sulle fronde dei salici. Quasimodo prende spunto proprio dal salmo 137 della Bibbia dove si narra che gli ebrei avevano appeso le loro cetre sui rami dei salici e avevano perso la gioia di cantare perché prigionieri in terra straniera.

I poeti non potevano scrivere poesie finché la patria era in mani nemiche. «Un sentimento di commozione religiosa pervade questi versi, che nascono non a caso da una memoria biblica. Di qui il carattere meditativo e solenne che assume lo stesso orrore, mescolando al presente immagini archetipiche di sacrificio e di martirio ( il ricordo di agnelli sgozzati, le esecuzioni paragonate all’uccisione di Cristo, una madre che ricorda la figura di Maria ai piedi della Croce). Ma il dolore è impotente e la poesia non può offrire, per voto, che il silenzio, nell’immagine delle cetre che oscillano – quasi in balia di se stesse – alle fronde dei salici, un albero che rappresenta il pianto e il dolore». (Guido Baldi, Storie e testi pagina 353). Maurizio Dardano scrive: «Al grido di sconforto iniziale segue la rievocazione delle atrocità commesse dagli occupanti tedeschi; in una situazione del genere il poeta non può astrarsi dalla realtà, rifugiandosi nella letteratura, ma deve condividere fino in fondo il dramma del suo popolo. Anche l’arte muore, quando muoiono i sentimenti più elementari di pietà e di umanità; di conseguenza la cetra, strumento e simbolo della poesia, rimane appesa agli alberi, inutilizzata, finché non si ristabiliscano, con il contribuito di tutti, le condizioni del vivere civile». ( da I testi, le forme, la storia pagina 839).

Come scrive Marisa Carlà: «La lirica è composta da due periodi: il primo, in cui le immagini evocano gli orrori della guerra dell’occupazione nazista, è una lunga domanda che si apre con “E come”, che già dà il senso dell’interrogarsi angoscioso del poeta; gli ultimi tre versi costituiscono la seconda parte, esplicativa». (da Epoche e culture pagina 615)

Figure di stile si susseguono numerose: «la domanda retorica iniziale, la metafora (con il piede straniero sopra il cuore), l’analogia (al lamento d’agnello dei fanciulli ) la sinestesia (l’urlo nero ), l’enjambement (al lamento / d’agnello) contribuisce a mettere in rilievo l’analogia istituita tra il pianto dei bambini, e il belato degli agnelli, indifesi di fronte allo spettacolo della violenza, i simboli della cetra che rappresenta la poesia, e il salice che simboleggia l’albero del pianto». (Dardano, pagina 840).

Riccardo Marchese scrive: “Il testo, molto suggestivo, può essere letto anche come dichiarazione di poetica: la sospensione della poesia durante gli anni dell’oppressione sembra significare la volontà di dare poesia diversa e nuova, ora che tale oppressione ha lasciato un’impronta incancellabile nella coscienza degli uomini. Di tale intenzione sono testimonianza l’uso della prima persona plurale, con cui il poeta si fa interprete di un sentimento collettivo, la denuncia della barbarie e l’implicito richiamo ai valori primari della vita e dell’umanità e soprattutto l’urgenza comunicativa, che rende trasparente lo stile e cancella quasi ogni traccia dell’analogismo ermetico, che si riduce al lamento / d’agnello e all’urlo nero della madre, in cui peraltro si ravvisa piuttosto una intenzione espressionistica (ancora più evidente nel corpo appeso al palo del telegrafo).” ( Da Atlante letterario pagina 551)

Il tono emotivo è intenso e vibrante. l'autore manifesta tutta la sua l'impotenza come uomo e come poeta; ne esce una poesia sofferta e rabbiosa, che esprime la volontà di urlare il proprio dolore contro il dominio straniero, ma esprime anche il senso di liberazione che il poeta, insieme al popolo italiano, stava vivendo in quei mesi, mentre lottava con i fucili in pugno. La lirica esprime in modo chiaro che la poesia è tornata, e ora può dire tutto il silenzio che è stato necessario subire nei due lunghi anni di guerra fratricida, come ha spiegato lo stesso autore:

( riduzione da http://www.italialibri.net/opere/allefrondedeisalici.html )
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categoria:per la quinta italiano, collegamenti attraverso i secoli
venerdì, 01 giugno 2007
Fra poco si scatenerà anche per voi la ridda delle supposizioni sui temi d'esame... attenzione! in internet si aggirano dei mattacchioni che fanno perdere il sonno agli studenti la sera prima della prova di italiano scritto, divulgando false notizie sulle prove del giorno dopo...
L'anno scorso, per esempio, hanno proposto questa finta poesia di Pascoli, parodia gustosissima sia nel testo che nelle domande di analisi:


TIPOLOGIA A – ANALISI DEL TESTO

Giovanni Pascoli – La somarella di Giovannino

1 Sciacchete! Sfrigola la lavandara
Tutta operosa nel suo lieto canto.
Zumpete, zu! Le fa eco il tamburo
Che del caprone un dì rubò il manto,
5 E le cicale, dai mesti giaggioli
All’ultima estate tessono duoli.
Mentre s’inoltra per la viuzza
La balia antica di Giovannino
Ancor rimembra l’esil pagliuzza
10 Che un dì adornava il suo bel bambino.
Oggi la paglia in ferro si muta,
splush! risponde, a chi la saluta,
e Giovannino (cosa ben rara!)
le terga monta d’una somara.
15 Oh somarella, che geme e che raglia
Sotto la verga di Giovannino,
Tu lo sapevi che la molle paglia
Dura diviene a chi fu piccino?

Nato a San Mauro di Romagna (Forlì) nel 1855, Giovanni Pascoli subì appena dodicenne un trauma terribile (del quale darà conto in uno dei suoi più noti componimenti, "La cavalla storna"): l'uccisione del padre. A un anno di distanza, perse anche sua madre e, nel 1876, fu la volta del fratello maggiore Giacomo. Le sue opere giovanili (“Myricae” e "Primi poemetti") sono incentrate sulla ricerca della purezza delle piccole cose. Seguono poi la poesia eroico pindarica dei "Canti di Castelvecchio" (1903), i temi civili e storici di "Odi e inni" (1906), "Nuovi poemetti" (1909), "Canzoni di re Enzio" (1909), "Poemi italici" (1911). L'essenza della poetica pascoliana sta tutta nella prosa "Il fanciullino": il poeta deve, con infantile freschezza, cogliere “il mistero” nello scorrere delle esperienze quotidiane”. Pascoli muore a Bologna, nel 1912.

Analisi del testo:
a) Individua il metro e la struttura della poesia
b) Nel testo si ravvisano diverse onomatopee. Cerca di spiegare la loro origine, con particolare riferimento allo splush! del verso 12 .
c) “La somarella di Giovannino” include molti riferimenti all’universo pascoliano. In particolare, la fusione panica tra uomo e natura sembra richiamare il celebre “Il gelsomino notturno”. Analizza in maniera dettagliata la relazione che intercorre tra queste due opere.
d) In cosa consiste il rapporto tra Giovannino, la balia e la somara? Qual è il nesso che lega i tre protagonisti della poesia?
e) Di cosa è indicativa la metafora della “molle paglia” che “dura diviene”?
f) C’è a tuo avviso un nesso tra l’atteggiamento di Giovannino nei confronti della somara e il trauma subito dal Pascoli nell’infanzia, raccontato nella “Cavalla storna”?
g) Nella poesia è sottintesa una dura condanna della politica agraria del governo Crispi? In quali strofe in particolare?

Se volete anche gli altri falsi temi, fatemelo sapere...
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categoria:per la quinta italiano
martedì, 29 maggio 2007

Ecco qui quello che vi ho promesso stamattina: un bell'esempio di traduzione contrastiva, cioè che mette a confronto più traduzioni d'autore dello stesso testo.

Per il carme 85 di Catullo le più note traduzioni sono le seguenti:


L’odio e l’adoro. Perché ciò faccia, se forse mi chiedi,

io, nol so: ben so tutta pena che n’ho.

(Giovanni Pascoli, 1913, a cura di Maria Pascoli)

 

Odio e amo. Perché ciò faccia tu forse domandi.

Io non lo so, ma sento che è così e mi struggo.

(Carlo Saggio, 1928)

 

Odio e amo. Perché questo io faccia forse domandi.

Non so; lo sento e mi tortura l’anima.

(G. Vitali, 1939)

 

Odio e amo. Forse chiederai come sia possibile;

non so, ma è proprio così, e mi tormento.

(Salvatore Quasimodo, 1955)

 

Odio e amo. Me ne chiedi la ragione?

Non so, cosi accade e mi tormento.

(Mario Ramous, 1975)

 

Odio e amo: Forse mi chiedi come io faccia.

Non so, ma sento che questo mi accade: è la mia croce.

(Francesco Della Corte, 1977)

 

Odio e amo.

Come sia non so dire.

Ma tu mi vedi qui crocifisso

al mio odio ed amore.

(Guido Ceronetti, 1979)

 

Io odio e amo. Ma come dirai.

Non lo so, sento che avviene e che è la mia tortura.

(Enzo Mandruzzato, 1982)

 

Io odio ed amo. “Come fai?” mi chiedi.

Non lo so. Ma lo sento, e sono in croce.

(Franco Caviglia, 1983)

 

Odio e amo. Come questo sia possibile

mi sfugge, ma lo sento ed è uno strazio.

(Vincenzo Guarracino, 1986)

 

Odio e amo. Perché mai, tu mi chiedi.

Non so. Ma sento che è così, ed è un tormento.

(Gioachino Chiarini, 1996)

 

Odio e amo. Forse mi chiedi come io faccia.

Non lo so, ma sento che ciò accade, e mi tortura.

(Luca Canali, 1997)

 

Io odio e amo. Perché, forse mi chiedi, fai così?

Non so. Ma sento che ciò avviene e mi tormento.

(Gian Biagio Conte)

 

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categoria:classici, per la terza latino
domenica, 27 maggio 2007
Ah, dimenticavo: se volete vedere anche la seconda storia, non riesco a metterla qua, perché è troppo lunga! Apuleio, infatti, in questo caso, ha incastrato fra di loro più storie in un gioco di scatole cinesi... Boccaccio ha semplificato, togliendo la storia dei sandali sotto al letto.
Potete andare su Progetto Ovidio e scaricarvi il testo di Apuleio: anche questa vicenda è raccontata nel nono libro, paragrafi XIV-XXXI.
La novella corrispondente nel Decameron è la decima della quinta giornata. Anche qui il protagonista acquista un nome e si chiama Pietro di Vinciolo. In questo caso Boccaccio ha rielaborato maggiormente il tutto, anche per risolvere, come vi dicevo, dei problemi di tipo antropologico...